Post-parto, fare di meno per stressare meno

di Giovanni Gnemmi e Cristina Maraboli – Bovinevet International

Con questo articolo intendiamo affrontareun aspetto cruciale, ovvero quello della nostra tendenza a un approccio “interventista”. Ma le vacche che hanno bisogno del nostro aiuto ce lo dicono molto chiaramente, basta saperle osservare

Vale tutto e il contrario di tutto. Con questa affermazione si riassume abbastanza bene quello che allevatori, tecnici e veterinari quotidianamente pongono in essere nelle bovine del gruppo di post-parto. A dominare la scena è spesso la paura più che il buon senso. Si interviene in modo eccessivo, sottoponendo la bovina ad iter diagnostici spesso stressanti quanto inutili, per non parlare dell’abuso terapeutico (spesso con antibiotici) a cui la bovina viene sottoposta.
A complicare un quadro già di per sé non semplice è la quasi totale mancanza di consenso verso la definizione, la diagnosi e soprattutto la terapia delle patologie, ad esempio delle infiammazioni-infezioni uterine.

Ritenzione placentare

Un esempio semplice ed efficace è la ritenzione di placenta (RP). I fatti:
1. Dopo 6 ore dal parto, oltre il 60% delle bovine ha espulso la placenta, percentuale che sale al 92-94% a 12 ore dal parto. Quando si deve considerare RP? Il buon senso ci suggerisce dopo 12 ore, tuttavia c’è chi considera 6 ore, 24, 36 o anche 48 ore.
2. Quale è la migliore strategia diagnostica per la ritenzione di placenta? Il buon senso ci dice la presenza della placenta che penzola dalla commessura ventrale della vulva, oppure presente nel vestibolo della vagina. Tuttavia è ancora molto comune fare un’esplocazione vaginale-uterina per accertarsi che la placenta sia staccata. Altri ricorrono invece ad una esplorazione rettale.
3. Quale è la migliore strategia terapeutica? C’è chi ricorre ai pessari intrauterini e tra coloro che li utilizzano c’è anche chi li impiega in modo sistematico su tutte le vacche, convinto del loro effetto preventivo. C’è chi invece preferisce ricorrere all’antibiotico per via sistemica, oppure all’introduzione in utero di soluzioni più o meno abbondanti contenenti disinfettanti, e/o chemioterapici (ossitetracicline). Chi invece preferisce un approccio più “soft” partendo con ossitocina, carbetocina e/o con della prostaglandina (PGF 2alfa) per 3-4 giorni. C’è pure chi ama non farsi mancare nulla e per questo impiega antibiotici e PGF 2alfa, spesso anche con carbetocina e/o ergometrina-serotonina, magari anche con somministrazioni intra muscolari di vitamina E e selenio, e boli di vario genere e magari anche un antinfiammatorio non steroideo. Tutto questo nonostante il 60-70% delle RP ha una guarigione spontanea…
Quando si parla di procedure per le bovine del post-parto, occorre essere minimalisti: fare meno è meglio

Stress metabolico

Quello che più di ogni altra cosa le vacche ci chiedono, è di sviluppare uno spirito critico verso ciò che facciamo. Il fatto che lo facesse nostro nonno, padre, fratello e zio, il nostro migliore amico, il nostro vicino o che me l’ha suggerito mio cugino non è una giustificazione sufficiente. La RP è un sintomo, più che una malattia. La vera malattia è lo stress metabolico che ha generato, anche, la RP.
Se dovessimo curare con antibiotici e antinfiammatori tutti i raffreddori che ci colpiscono durante l’inverno, avete idea delle quantità di antibiotico che dovremmo assumere? Allora perché non ricorrere ad un analogo criterio selettivo per le scelte che riguardano le vacche del post-parto?
Quello che le vacche ci stanno chiedendo è una revisione critica di ciò che stiamo facendo per loro. Il fatto di fare tanto, di sommistrare loro diversi farmaci e/o parafarmaci non significa che stiamo sempre operando nel loro interesse. La maggior parte di questi interventi terapeutici hanno come unico risultato un effetto psicologico su di noi, ma non hanno effetto sulla salute della vacca, che spesso ci chiede solamente di essere lasciata tranquilla.

Giù le mani

Nel 99% dei casi, l’esplorazione vaginale/rettale delle vacche del post-parto potrebbe essere catalogata come “turismo vaginale/rettale”. Avete mai osservato una vacca che ha partorito da 24-48 o anche 96 ore, alla quale si mette una mano nella vagina/retto? Nella maggior parte dei casi, pur realizzando queste tecniche alla perfezione (cosa che non capita quasi mai, soprattutto per quello che riguarda il rispetto dell’igiene!), la vacca si inarca e spesso accompagna questo inarcamento della colonna con un gemito sommesso. Vi siete mai chiesti perché? Provate allora ad immaginare per un attimo di essere al posto di quella vacca. Abbiamo partorito da 48-96 ore, magari si è trattato di un parto abbastanza complicato che è durato più del dovuto, nel quale è stato necessario ricorrere ad un’assistenza ostetrica. La vagina è infiammata, edematosa e magari anche con una lacerazione di grado 2. L’introduzione di una mano, anche se realizzata con tutte le precauzioni del caso, anche se abbiamo impiegato del lubrificante, produrrà del dolore, del fastidio, che mi indurrá a inarcare la schiena e a gemere…
La vacca ci sta parlando e ci sta dicendo che sarebbe molto meglio per lei se arrivassimo a delle conclusioni sulla sua salute, per altra via, meno traumatica. Immaginate poi se questo “trattamento” venisse realizzato ogni 24-48 ore per 2-3-4 volte nei primi 10 giorni, per tenere monitorata la tipologia delle perdite vaginali: sarebbe drammatico. Se poi il rispetto delle condizioni igieniche non è ottimale, il rischio di essere infettata dalla mano “amica” cresce in modo esponenziale. Il risultato è semplice: un aumento delle metriti puerperali, esattamente quello che vorremmo evitare.
Siamo strenui sostenitori della necessità dei protocolli di lavoro, delle Standard Operating Procedures, ma questo non significa trasformarsi in soggetti interventisti a oltranza. Le SOPs servono a fare ciò che è necessario, quando serve, nel modo e nel momento corretto.

L’occhio semi-chiuso o lo sguardo sofferente è indicativo di uno stato di malessere: la bovina ci sta chiedendo aiuto

Osservare la vacca di fronte

Dopo che abbiamo bevuto il primo caffe del mattino informandoci sulle produzioni delle vacche postparto, andiamo ad analizzare questo gruppo. Già abbiamo una idea di quali potrebbero essere le vacche con un problema. Tuttavia le vacche vanno monitorate tutte. Monitorare non vuol dire, però, “visitare”. La regola dei 90 minuti in cattura deve essere rispettata, esattamente come garantire 12-13 ore di riposo. Per questo non possiamo permetterci quotidiane sedute di post-parto di 2-3-4 ore, con le vacche bloccate.
Le vacche che hanno bisogno del nostro aiuto ce lo dicono molto chiaramente, basta osservarle. L’osservazione della bovina frontalmente ci dice molto, ma cosa devo guardare, su cosa mi devo concentrare?

Cosa guardare

Habitus. La prima sensazione è quella che conta. Non vale sempre ma è una buona indicazione, almeno per quello che riguarda la vacca in post-parto. La vacca è coricata in cuccetta per riposare oppure non riesce ad alzarsi? Segue ciò che accade intorno a lei oppure è assente? L’atteggiamento della bovina, il suo habitus, è fondamentale per capire se stiamo osservando una vacca sana, una vacca malata, una vacca malata cronica, oppure una vacca che si trova ad affrontare un problema delle ultime ore. Com’è l’atteggiamento della bovina? Sofferente, con testa estesa sul collo? C’è presenza di colpi di tosse? A quale frequenza, e che tipo di tosse? Com’è l’odore della bovina? Dolciastro, di “mela renetta”, da chetosi oppure putrido da metrite puerperale, piaghe inguinali, piaghe intramammarie? E com’è il pelo? La vacca è sporca e se si, quanto? Che dire del locomotion score e del Bcs? La vacca scaccia gli insetti o li subisce passivamente?
Occhi. William Shakespeare, famoso drammaturgo inglese, diceva che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Tuttavia gli occhi, per chi si occupa di post-parto, ci dicono molto dello stato di salute della vacca. Una cornea opaca, un occhio “spento” e semi-chiuso, un occhio che non risposnde al riflesso di minaccia e/o che non segue ciò che accade all’intorno è indicativo di uno stato di malessere della bovina. È presente lacrimazione? Uni o bilaterale? Di che tipo: sierosa, siero-mucosa, purulenta, con sangue? Sono presenti ulcere corneali e/o lesioni alle palpebre? Sono presenti opacamenti corneali? Un solo animale o diversi animali?
Musello. La vacca. a dispetto di quanto si possa pensare, è un animale molto pulito, che talvolta, suo malgrado, si ritrova a vivere in un ambiente molto sporco. Tuttavia anche in queste condizioni, essa non rinuncia alla sua igiene quotidiana. Il musello di una vacca sana è sempre umido e ben pulito. La lingua mantiene le narici pulite. Un musello secco, sporco e incrostato, è un brutto segnale: deve essere interpretato come un segno di sofferenza/malattia della vacca. Un’altra cosa che si deve considerare è l’eventuale presenza di scolo nasale: è uni- o bilaterale? È sieroso, mucoso, muco-purulento, sanguinolento (sangue vivo o coaguli?), puzza oppure è inodore?
Orecchie. Le orecchie sono un ottimo indicatore dello stato di salute e del grado di partecipazione della vacca. Una vacca con entrambe le orecchie basse è un sintomo abbastanza evidente di malessere. C’è una modificazione della posizione naturale della testa? Le orecchie sono simmetriche? C’è paralisi? Otite? Altro? Ci sono perdite dalle orecchie? E sono unilaterali, bilaterali, purulente? Qual è la temperatura della base delle orecchie? Occorre infatti tenere presente che un orecchio freddo è indicativo di un abbassamento della temperatura cutanea di almeno 3ºC, ovvero di un aumento della temperatura interna di 1ºC: si potrebbe trattare di febbre? Sono queste le domande da porsi.
Le orecchie basse immobili, fredde, indicano anch’esse uno stato di malessere

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