Stress da caldo: facciamo il punto

di Serena Soffiantini

Oggi rappresenta una delle principali criticità negli allevamenti italiani, soprattutto nelle aree della Pianura Padana. Cosa fare? Ne abbiamo parlato con Umberto Bernabucci, esperto sulla tematica e professore ordinario presso l’Università della Tuscia

Abbiamo chiesto a Umberto Bernabucci, professore ordinario di nutrizione e alimentazione animale presso il Dipartimento di Scienze agrarie e forestali dell’Università della Tuscia, di mettere a fuoco per noi gli aspetti cruciali della questione “stress da caldo”, in termini di effetti e di possibili interventi.
“Quando si parla di stress da caldo – premette Bernabucci – il parametro di riferimento è il THI (Temperature Humidity Index), che combina temperatura e umidità ambientale. Abbiamo condotto indagini per stimare l’evoluzione della problematica in funzione del trend del surriscaldamento globale/global warming. È emerso che negli ultimi anni la soglia critica di THI si è progressivamente abbassata: se fino a 15-20 anni fa questa soglia era di circa 72, oggi valori attorno a 68 possono già determinare effetti negativi, soprattutto nelle bovine ad alta produzione. Il motivo è semplice: animali che producono 45-50 litri di latte generano una quantità enorme di calore metabolico e faticano a dissiparlo, soprattutto in combinazioni sfavorevoli di caldo e umidità. Peraltro, le vacche ad alta produzione accusano un calo quantitativo non solo in termini assoluti, ma anche in termini relativi: la percentuale di latte perso è maggiore rispetto ad animali con produzioni meno spinte”.

Il professor Umberto Bernabucci è attivo nei settori dell’alimentazione e della gestione delle vacche da latte e delle bufale da latte

Resa e qualità casearia

“Ma uno degli effetti più sottovalutati – prosegue il docente – riguarda l’attitudine casearia di quel latte: lo stress da caldo porta alla riduzione di proteine e caseine, accompagnata da una serie di modificazioni delle proporzioni fra le singole caseine. Il tutto peggiora la formazione della cagliata, portando ad una sineresi flaccida e ad un calo della resa. Ciò ha un effetto negativo diretto sulla stagionatura del formaggio ed i formaggi a pasta dura o semi-dura sono quelli che ne risentono di più. Ma c’è dell’altro: il latte prodotto sotto stress da caldo ha una carica microbica maggiore e, in particolare, aumenta la presenza di Clostridium tyrobutyricum che è il responsabile principale del gonfiore tardivo delle forme”. Analizzando nel dettaglio il fenomeno, nel latte si verifica un aumento di proteine che provengono dal sangue e di cellule somatiche, un aumento delle immunoglobuline e della albumina sierica. Alcuni autori israeliani hanno inoltre messo in evidenza un aumento dell’attività della plasmina, un enzima proteolitico che ha come substrato principale le caseine, alfa e beta in particolare. “Questo determina – sottolinea il nostro interlocutore – un’alterazione della micella di caseina rendendola meno sensibile al caglio, portando in fin dei conti alla produzione di formaggi di qualità inferiore”.

Passato, presente e futuro dell’evoluzione del THI relativo al mese di luglio nell’Italia settentrionale e cali corrispondenti in termini di quantità di latte, grasso e proteine (da Vitali e coll., 2019)

Raffrescamento su misura

Insomma, lo stress da caldo è un problema a tutto tondo: causa riduzione dell’ingestione di alimenti, riduzione dell’attività metabolica di tutti gli organi, primo fra tutti il fegato, aumento dell’attività respiratoria, aumento dell’ingestione di acqua che incide sulla funzionalità ruminale, alterazioni a livello intestinale. “Per arrestare questa escalation – sintetizza categorico Bernabucci – c’è una sola cosa da fare nell’immediato: prima di tutto serve raffrescare l’animale, poi si può ragionare su altri aspetti. Mantenere la temperatura corporea sotto i 39 °C cambia completamente la risposta metabolica della bovina, che mangia di più, utilizza meglio la razione e mostra maggiore efficienza produttiva e riproduttiva. Per questo motivo i sistemi di raffrescamento, come ventole, ventilatori a soffitto e doccette, non rappresentano più un optional negli allevamenti ad alta produzione”.
Ma non è tutto. “Oltre ad avere un equipaggiamento adeguato – aggiunge il professore – serve definire protocolli di utilizzo precisi ed ottimizzati in base alle proprie latitudini, alle caratteristiche aziendali e della mandria, evitando interventi improvvisati o insufficienti. In particolare, serve creare le condizioni affinché agli animali sia consentito il recupero notturno. A questo scopo, interrompere il raffrescamento durante le ore serali, come sembrerebbe logico fare, può essere controproducente, soprattutto se l’escursione fra temperatura diurna e notturna è limitata: le bovine non riescono a disperdere durante la notte il carico termico accumulato durante il giorno (heat load), arrivando ad affrontare la giornata successiva già in deficit”. È vero, tenere attivi i sistemi di raffrescamento anche di sera comporta inevitabilmente un maggiore utilizzo di acqua ed energia, ma gli effetti benefici ci sono e la sensoristica può aiutare nell’ottimizzare l’utilizzo.
“In seconda battuta, si può anche aggiustare la razione, ad esempio utilizzando foraggi di altissima qualità e con fibra molto digeribile, proprio durante il periodo estivo, e con amido meno degradabile a livello ruminale. È anche possibile intervenire con additivi e integratori che migliorano la funzionalità ruminale e avere l’accortezza di mettere a disposizione l’alimento soprattutto nelle ore più fresche. Ma ripeto, tutti questi ragionamenti si possono fare solo dopo aver raffrescato gli animali”.

Sfide all’orizzonte

Le proiezioni climatiche indicano che entro il 2050 il THI medio nell’area mediterranea potrebbe aumentare ulteriormente di 3-4 punti. Questo significa che lo stress termico non sarà più un problema limitato ai mesi più caldi, ma una componente strutturale della gestione aziendale.
Per gli allevatori la sfida sarà adattare strutture, genetica e management a condizioni climatiche sempre più dificili. Perché oggi il caldo non riduce soltanto la quantità di latte prodotta: incide direttamente su redditività, qualità del prodotto e sostenibilità dell’intero allevamento.

Studi condotti confrontando Frisona e Bruna in condizioni identiche di allevamento hanno evidenziato una maggiore sensibilità della Frisona allo stress termico. La selezione genetica futura dovrà quindi tenere conto non solo della produzione, ma anche della resilienza climatica degli animali

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