Febbre a 40°-41°C per uno o due giorni, diarrea profusa e crollo della produzione lattea (con lento ritorno alla piena capacità produttiva), talora in associazione anche ad aborti e alla nascita di vitelli disvitali o malformati.
Questi i sintomi dell’infezione virale trasmessa da moscerini ematofagi del genere Culicoides che a partire da questa estate si è diffusa nelle mandrie dei Paesi dell’Europa centrale (Germania, Francia, Olanda, Belgio) e dell’arco alpino (Svizzera, Liechtenstein e Austria) fino ad arrivare in Italia. Il laboratorio di virologia dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie ha infatti confermato che i numerosi casi clinici osservati a partire dal mese di agosto nei bovini di diversi allevamenti della provincia di Trento e di Bolzano, erano effettivamente provocati dallo stesso virus, denominato “Shamonda Europe” (Shav-Eu), isolato negli altri Paesi europei.
Un nuovo Schmallenberg?
Si tratta di un virus a Rna non patogeno per l’Uomo appartenente al genere Orthobunyavirus, caratterizzato da una discreta variabilità e per ora identificato nel bovino, negli ovicaprini, nell’alpaca e nel cavallo. Presente in Europa in due varianti (Shav Eu1 e Shav Eu2), si sa che possiede un’elevata somiglianza genetica con il virus africano Shamonda (da cui l’iniziale denominazione di Shamonda-like), e che ha anche diverse caratteristiche in comune con gli altri Orthobunyavirus del sierogruppo Simbu (tutti trasmessi da insetti ematofagi), tra cui il virus Schmallenberg. Ed è proprio questa seconda vicinanza che fa ben sperare.
Identificato per la prima volta in Germania una quindicina di anni fa, il virus Schmallenberg destò inizialmente molta preoccupazione, ma poi le autorità veterinarie europee decisero di non adottare alcuna misura specifica perché si arrivò alla conclusione che questo microrganismo non causava malattia grave, che l’infezione era impossibile da controllare in quanto si diffondeva molto velocemente attraverso i Culicoides, che porre un limite alle movimentazioni animali sarebbe stato inutile, e infine che la messa a punto di un vaccino avrebbe richiesto tempo e sarebbe stata probabilmente vana, in quanto dopo una prima “ondata” di malattia, la virulenza del patogeno sarebbe ulteriormente diminuita e i sintomi sarebbero stati ancora più lievi.
Succederà la stessa cosa con il virus Shamonda-Europe? Lo vedremo presto.








