Per alimentare il bestiame c’è bisogno di importare cereali, il 60% del mais e l’85% della soia, ma se a livello globale scarseggiano per via dei cambiamenti climatici e delle tensioni internazionali i prezzi andranno alle stelle. Ne parla Roberto Bartolini sulla pagina di www.agricoltoritop.it, riprendendo la tesi di Fausto Nodari, agricoltore bresciano di Offlaga, in una intervista rilasciata al Corsera. “Vedo un autunno molto caldo sul fronte dei prezzi per il mais” – continua Nodari.
Il quadro internazionale
È conseguenza del caldo estremo e della siccità che ha dimezzato per esempio la produzione della Francia, passata da 14 milioni di tonnellate l’anno ad una stima di poco più di 7 milioni di ton.
Ma è soprattutto conseguenza delle tensioni geopolitiche internazionali come la chiusura dello stretto di Hormuz e ancor più la guerra in Ucraina, con le navi che temono di attraversare il mar Nero.
E così i cereali che importiamo hanno costi sempre maggiori. Il rischio è di trovarci di fronte ad un’impennata dei prezzi, dettati dalla speculazione, come nel 2022.
A guadagnarci, ancora una volta, saranno gli speculatori, gli intermediari internazionali, non certo gli agricoltori locali: la maggior parte di loro il mais a ottobre lo ha già venduto.
Ma c’è un’altra criticità legata al re dei cereali padani, continua Nodari, di cui parlano solo gli addetti al settore.
Conseguenze delle stress termico ed idrico
Lo stress termico ed idrico, è causa dell’insorgenza di aflatossine nel mais. Funghi che aggrediscono la pannocchia e sono in grado di finire, tramite la catena alimentare bovina, nel latte e nei formaggi.
E proprio le aflatossine spiegano perché, nonostante i rincari globali, una parte del mais padano continua a quotare meno.
Doppio mercato per il mais
Esiste da anni un doppio mercato: da una parte il «mais con bassi tenori di micotossine pagato di più e destinato alle stalle da latte (il massimo per le bovine è di 3 Ppb ovvero parti per bilione, 3microgrammi al kg); per la restante zootecnia si può arrivare fino a 20 ppb dopodiché il mais deve finire negli impianti biogas. ricorda Nodari.
Il problema è che il mais con più tossine spesso arriva dai campi della Bassa colpiti dallo stress idrico e termico, e viene penalizzato nel prezzo.
Per le farine destinate all’alimentazione umana o ai mangimi di alta qualità, molti molini e mangimisti preferiscono ormai il mais d’importazione, ritenuto più sicuro e costante nei parametri sanitari.
Così gli agricoltori locali si trovano in una posizione paradossale: producono in un’area vocata, ma il loro prodotto rischia di valere meno proprio quando i prezzi internazionali salgono.
La soluzione? Adottare velocemente le Tea, le tecniche di evoluzione assistita per selezionare piante resistenti alle aflatossine senza inserire geni di altre specie. Quello che chiediamo da anni. Ne va della sopravvivenza del nostro comparto.
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