di Alessandro Amadei
“Credo che la mia sia una gestione obiettivamente scrupolosa, e per alcuni aspetti perfino maniacale”. Eccoci all’interno della Cascina Castello di Monasterolo (Cr), dove da parecchi lustri a questa parte la famiglia Panizza alleva la sua mandria di Frisone, oggi forte di oltre 600 capi adulti e di altrettanta rimonta. Qui, ad accoglierci per un tour a tema “efficienza in vitellaia” è Patrizia Facchi, discendente di un’altra, conosciuta stirpe di allevatori cremonesi e consorte di Luca Panizza. Il quale, prima di lasciarci a discutere di vitelli e di correre verso le sue amate lattifere, ci aggiorna sul contesto strategico al cui interno si muove oggi l’azienda: “l’obiettivo prioritario che si è posta la cooperativa casearia di cui siamo soci – spiega – e a cui punta il nostro allevamento è la sostenibilità. E questo per noi significa prima di tutto produrre il massimo al minimo spreco di risorse, a partire dalla rimonta fino alle vacche in produzione”.

Il mantra dell’efficienza coinvolge in pieno, quindi, anche il novellame, che deve crescere al massimo delle sue potenzialità per arrivare il più precocemente possibile al primo parto e iniziare così una carriera generosa e redditizia. Traguardi pienamente centrati, considerato che ad esempio, dalla nascita allo svezzamento, i vitelli riescono a mettere su più di un chilo al giorno e che l’età media al primo parto è di 22 mesi.
Antibiotico zero
“Nella nostra azienda – esordisce Patrizia – le cure al vitello iniziano al momento dell’asciutta delle madri, che vengono vaccinate contro i principali agenti di enterite neonatale. Manze e vacche vivono però in un unico grande spazio, all’interno del quale non c’è un box di pre-parto: i nostri dipendenti, quindi, sono stati istruiti a trasferire le bovine in sala parto (ricavata da un angolo della lettiera delle asciutte e mantenuta sempre pulitissima: ndA) all’ultimo momento, just in time, ovvero quando sbucano i piedi del vitello. Il personale, però, è abituato a intervenire il meno possibile perché qui da noi il vitello nasce da solo. E questo grazie al lavoro che abbiamo svolto negli anni sia sul fronte genetico, per poter effettuare la prima FA entro i 12 mesi di vita e per arrivare al primo parto con animali già cresciuti, con una groppa ampia e ampi diametri trasversali, sia sul fronte manageriale, dove l’obiettivo è spingere sempre al massimo con le crescite, fase dopo fase”.

Ma addio crescite, se le giovane bovine non vengono sempre mantenute in perfetto stato di salute. E qui entrano in gioco le “meticolose” misure di profilassi igienico-sanitaria adottate da Patrizia e dal suo staff, a partire dalla raccolta e dalla somministrazione del colostro. “Un aspetto, questo – sottolinea la nostra ospite – che qui da noi è tenuto nella massima considerazione, soprattutto da quando, in accordo con la nostra veterinaria, pratichiamo l’antibiotico-zero nei primi 10 giorni di vita dei vitelli. Per cui è l’immunità materna trasmessa con il colostro che li deve proteggere dalle enteriti”. Pronti a conoscere i dettagli? Partiamo.
Colostratura attenta
Non appena hanno partorito, le bovine vengono quanto prima portate nella sala di mungitura adiacente al box-parto per la raccolta del primo colostro, a cui seguirà anche quella del secondo colostro. “Il primo colostro – precisa Patrizia – viene raccolto in un secchio pulito di acciaio inox, viene valutato con un colostrimetro (dai 28 gradi Brix in su è riservato alle femmine, dai 25 ai 28 ai maschi, sotto ai 25 viene considerato secondo colostro) e infine viene messo nel congelatore dei primi colostri, localizzato nelle immediate adiacenze della sala di mungitura. Perché lì di fianco abbiamo anche il freezer dei secondi colostri, che somministriamo ai vitelli nei primi 2-3 giorni dopo la nascita”.

Contemporaneamente un altro operatore provvede a trasferire il neonato dalla sala parto alla nursery, adibita ad ospitare i redi fino al loro ottavo-nono giorno di vita, e qui il vitello, maschio o femmina che sia, viene sottoposto, in sequenza, alla disinfezione del cordone ombelicale, alla pesatura e alla colostratura. Al termine di queste operazioni viene compilato un registro cartaceo, contenente tutte le informazioni disponibili riguardanti il neonato, l’andamento del parto e, naturalmente, la colostratura.



“Il nostro protocollo – sottolinea a questo proposito Patrizia – prevede che il colostro venga innanzitutto prelevato dal freezer dei primi colostri della nursery (il quale viene rifornito dal freezer dei primi colostri della sala di mungitura: ndA). Successivamente il colostro deve essere scongelato, ma non pastorizzato per non privarci dei suoi preziosi contenuti termolabili, e infine somministrato al vitello per sonda, in ragione di 4 litri, entro massimo un’ora e un quarto dalla nascita”. Per i successivi 4-6 pasti (da 2 litri ciascuno), l’operatore attinge invece dal freezer dei secondi colostri (di nuovo: l’apposito abbattitore della nursery viene alimentato da quello localizzato in sala mungitura), ma in questo caso dopo lo scongelamento è il turno della pastorizzazione. “Il cui obiettivo – spiega Patrizia – è abbassare le cariche batteriche e le concentrazioni dei Criptosporidi”.
Come in ospedale
L’altro strumento utilizzato per proteggere i vitelli dalle infezioni batteriche e protozoarie è l’igiene ambientale. “Mi sono ispirata – sottolinea ancora la nostra ospite – a quello che ho visto fare in ospedale, in un reparto di terapia intensiva neonatale. È una questione di salute e di benessere, a cui i vitelli hanno diritto esattamente come noi umani. Per cui il nostro team dedica tantissimo tempo e attenzioni alla pulizia e alla disinfezione degli ambienti e delle gabbie, e cerchiamo sempre di rispettare con scrupolo le regole di biosicurezza interna che ci siamo posti”.


Ne siamo testimoni anche noi: per quanto la nursery sia in un’area chiusa da quattro mura e al coperto, l’odore prevalente è quello del disinfettante. “Le gabbie – ci fa notare Patrizia – sono presenti in sovrannumero rispetto ai vitelli. Il fatto che non siano tutte occupate ci permette, a turno, di lavarle e di cospargerle con un disinfettante schiumogeno mirato contro i Criptosporidi, che viene lasciato agire per un paio d’ore. Dopodichè le gabbie vengono risciacquate e infine lasciate asciugare prima di essere riutilizzate”. Il risultato di tutti questi sforzi è presto detto: “le enteriti neonatali – sostiene Patrizia – sono complessivamente sotto controllo, anche se talvolta ci capita di avere a che fare con vitelli fragili, che evacuano feci liquide e che il più delle volte, abbiamo notato, sono partoriti da vacche che partono male. In questi casi, qualora non ci sia febbre e quindi la necessità di trattarli, corriamo ai ripari con un reidratante effervescente caldo somministrato con il biberon, a cavallo dei due pasti di latte”.


Dal terzo-quarto giorno di vita, infatti, i vitelli cominciano con il latte ricostituito, offerto fino all’ottavo giorno in ragione di 2 litri a pasto. Non manca l’aggiunta di acqua tiepida (o fresca in estate) e di una manciata di mangime, offerto a mo’ di giocattolo. Ma la lotta ai patogeni non si limita naturalmente agli agenti di enterite, bensì riguarda anche gli agenti di malattia respiratoria, che vengono affrontati con un piano vaccinale classico (vaccino intranasale al quinto-ottavo giorno, seguito dopo 2 e 4 settimane da due vaccinazioni intramuscolari).
Cure alimentari
Dalla nursery ci spostiamo nella sala che ospita le vitelle dagli 8 fino ai 45 giorni di vita, stabulate anch’esse in gabbiette singole. Anche qui l’igiene è di casa, ed è il ricambio d’aria naturale, oltre ai ventilatori posizionati sul corridoio centrale, a proteggere gli animali dall’ammoniaca. Zero correnti d’aria, dunque, sul dorso degli animali, ma per stare sul sicuro le vitelle, oltre che vaccinate e decornate, vengono anche tosate.

Per il resto massima enfasi sull’alimentazione: le giovani bovine devono cominciare a correre. “Continuiamo con il protocollo di allattamento Lifestart, che in questa fase prevede 3 pasti al giorno, ciascuno da 3 litri di latte ricostituito. La polvere di latte è un prodotto di alta qualità, ad elevato tenore di grasso e proteine, che viene diluita in ragione di 140 grammi di polvere per litro d’acqua. E a 23 giorni di età il consumo arriva a 9 litri al giorno”. Parallelamente continua la somministrazione di acqua e mangime starter. “Si tratta – ci informa Patrizia – di una miscela di diverse materie prime altamente appetibile ed energetica, formulata su misura da un nostro consulente. A un mese di età il consumo è già pari a un chilo al giorno”. E poi via, verso lo svezzamento: a 45 giorni di età le vitelle vengono trasferite nei box multipli (da 6 capi ciascuno) della nuova struttura al coperto, dove prosegue il trattamento a base di latte e mangime. “Il latte – ci informa Patrizia – inizia a esser tolto intorno al sessantesimo giorno, e tra i 75 e gli 85 giorni lo svezzamento è completato. Decido io quando svezzare, in base a quello che vedo. E a quel punto gli animali pesano tra i 110 e i 125 chili e il consumo di mangime è dai 4 chili al giorno in su”.

Manzette super
Ma la corsa non si arresta: dopo lo svezzamento le giovani bovine, alloggiate a gruppi in grandi box su lettiera, ricevono una miscelata a secco costituita per l’85% da paglia tritata e per il 15% da un mangime al 23% di proteina grezza. “In questo modo – afferma la nostra interlocutrice – la crescita coinvolge anche i diametri trasversali e a 6 mesi le manzette riescono a ingerire ingenti quantità dell’unifeed preparato per le vacche in lattazione. E così, prima di compiere l’anno di età e di essere trasferite in una stalla su grigliato un tempo utilizzata per l’ingrasso, ci fanno un’altra bella botta di crescita”.
Il nostro tour è finito e non abbiamo dubbi: alla Cascina Castello, per le giovani bovine si investe tempo, denaro e manodopera. Ma sono investimenti che poi vengono ripagati, e con generosità, dalle vacche, nel corso della loro carriera. Provare per credere.