di Giovanni Gnemmi e Cristina Maraboli – Bovinevet International
La Cina sta diventando un attore di primissimo piano a livello globale anche per quanto riguarda l’allevamento bovino, da latte e da carne
Quando si pensa all’allevamento del bovino da latte, il punto di riferimento è sempre il Nord America, quanto meno fino a oggi. In questi ultimi anni, seppure con modalità, strategie e tempi diversi, in molti Continenti si sono fatti vistosi passi in avanti. L’Europa è un esempio: se facciamo riferimento al miglior 25% degli allevamenti, non hanno nulla da invidiare al miglior 25% delle stalle americane. La produzione europea, tra l’altro, si realizza con costi del lavoro nettamente superiori grazie ad una regolamentazione che, de facto, ha acceso i riflettori sul lavoro senza tutele sanitarie e previdenziali dei “dairy/beef workers”, cosa che, al netto delle restrittive normative trumpiane, continua a non essere concessa alla maggioranza di “latinos”, oggi prevalentemente centroamericani oltre che messicani, che permettono al mondo del dairy e del beef americano di aprire ogni mattina.
Ma quando si parla di vacche, non si parla mai della Cina. Il che è molto strano, considerando l’evoluzione impressionante che l’allevamento del bovino da latte, ma di recente anche quello del bovino da carne, ha avuto in questo Paese. Che il mondo del latte cinese sia solido e strutturato, lo dimostra il fatto che, nonostante sia da poco cominciato il settimo semestre consecutivo con un prezzo del latte molto basso, vicino alla soglia del break-even, il sistema tiene. Infatti, nonostante questo aspetto sicuramente non incoraggiante, i grandi gruppi continuano ad investire, cercando alternative a una crisi che morde.
Che tipo di allevamenti?
In Cina anche la struttura degli allevamenti rispecchia lo sviluppo del Paese, un Paese grande, grandissimo. Vi sono gruppi di allevamenti con 50-450mila vacche in lattazione, organizzate in stalle da 2-20mila vacche in mungitura per sito produttivo. Una parte importante della produzione di latte avviene in Inner Mongolia, ovvero nella parte della Cina confinante con la Repubblica di Mongolia. Oltre alle stalle governative, negli ultimi 20 anni si sono sviluppate iniziative private, oggi in maggioranza, alcune delle quali sono a capitale misto, ovvero con partnership finanziarie provenienti dai Paesi del sudest asiatico, oppure dall’area del Pacifico. Le vacche “cinesi” sono state importate anche dagli Usa, ma soprattutto da Australia e Nuova Zelanda e in anni più recenti da Cile e Uruguay.
Tecnologie riproduttive
Negli ultimi 20 anni, tutti i grandi gruppi lattieri hanno investito milioni di dollari in genetica, importando 5-15mila embrioni congelati per anno. Con l’avvento della genomica, il processo di importazione è addiritura aumentato.
Oggi non c’è grande gruppo cinese che non abbia investito nell’ovum pick up e nella fecondazione in vitro. Vi sono gruppi con oltre 50mila vacche in latte che producono oltre 35mila embrioni in vitro all’anno, tra latte e carne. Certo, carne! Praticamente il 100% delle inseminazioni nei grandi gruppi sono IA, escludendo le manze e le primipare che invece sono impiegate come riceventi per l’ET. La maggior parte degli allevamenti impiega la presincronizzazione e la re-sincronizzazione. Anche per l’ET si lavora con un ET a tempo fisso: sulle primipare si ricorre al Double Ovsynch®, trapiantando l’embrione 7 giorni dopo la fine del programma (giorno 34 dall’inizio del programma), mentre le manze vengono sincronizzate con dispositivi intravaginali a lento rilascio di progesterone, con un programma da 8 giorni, trapiantando 7 giorni dopo la fine del programma di sincronizzazione, ovvero il giorno 15 dall’inizio del programma.
Dal gennaio 2025 è stata bloccata l’importazione di seme taurino dall’estero; si è trattato inizialmente di una sospensione globale, che oggi è per lo più limitata alle compagnie americane. Il Canada, invece, può esportare regolarmente. Prima del blocco, la stragrande maggioranza del seme importato era americano. Questa situazione ha imposto il consumo di seme prodotto localmente. I grandi gruppi, avendo necessità di procedere speditamente con la selezione, hanno allora optato per la creazione di propri centri di produzione, che stanno prendendo vita durante il 2026.
Un progetto che ha premiato e sta premiando. Altri gruppi, invece, hanno investito sulla carne, una scommessa che poggia le sue fondamenta sull’aumentato benessere della popolazione e sulla presenza di una classe media consistente. Sorgono così i primi feedlot, nei quali si allevano i vitelli maschi nati negli allevamenti cinesi. Incoraggiati dal risultato, alcuni gruppi hanno cominciato ad importare vitelle di razza Angus, Hereford e recentemente Black Japan. Inizialmente si allevavano maschi e femmine F1, ma con il tempo si è cominciato a lavorare sulle femmine F1 creando, generazione dopo generazione, degli animali quasi in purezza. Oggi in alcuni allevamenti stanno aspirando gli ovuli di animali puri e gli embrioni prodotti vengono trapiantati su manze e primipare, facendo accrescere sempre di più i nuclei di animali da carne in purezza.
Molto rapidamente, tuttavia, i cinesi si sono resi conto che produrre la carne non basta: se vuoi effettivamente guadagnare sul tuo prodotto, devi chiudere il cerchio. Uno dei gruppi più importanti ha così cominciato ad aprire un ristorante, poi un secondo, un terzo, ed entro il 2030 saranno oltre 100 in tutta la Cina. Sono ristoranti dove viene offerta la carne prodotta negli allevamenti del gruppo: hanno brandizzato anche la carne.
Investire sulla carne
Anche a causa del prezzo del latte, molto basso negli ultimi 3 anni, tutti i grandi gruppi hanno dovuto sviluppare delle strategie di sopravvivenza, cercando delle alternative finanziarie per contrastare una situazione che limita fortemente le possibilità di investimento. Alcuni gruppi hanno cominciato a lavorare il proprio latte, brandizzando i propri prodotti ed entrando in concorrenza diretta con i grandi gruppi di raccolta/trasformazione/distribuzione e vendita.
Altro che “in via di sviluppo”
Se qualcuno pensa di trovarsi di fronte ad un Paese all’alba della produzione, si deve rassegnare all’idea che non è così. Quando gruppi con 50-60mila vacche in lattazione presentano un pregnancy rate del 40-45% e 44-46 kg di produzione media capo/giorno, c’è da togliersi il cappello. Ovviamente c’è chi sostiene che questi dati non sono reali, ma frutto di manipolazioni e nel piccolo potrebbe anche starci. Tuttavia quando entri in questi allevamenti, vedi le strutture, le giostre di mungitura da 80-100 vacche in doppio o in triplo, ciascuna gestita da 7-8 persone che mungono in 7’:15”, poi vedi che la riproduzione viene gestita con un “tail chalk” quotidiano, 7×7, vedi il modo maniacale con cui vengono eseguite le sincronizzazioni, le IA, vedi come sono gestite le aree di maternità, la prima ora dei vitelli nati, le vitellaie, ti rendi conto che i risultati rispecchiano la qualità del lavoro che viene espresso.
L’età media dei manager degli allevamenti è sotto i 40 anni. È relativamente facile fare carriera se hai i numeri. Puoi essere laureato o anche no, ciò che è importante è quello che sai fare e l’impegno che ci metti, la tua capacità di fare squadra. Si investe moltissimo nella formazione del personale, non solo tecnica, ma anche nella gestione delle risorse umane: in questa parte del mondo si è capito che le persone che lavorano sono il vero capitale dell’allevamento, la risorsa primaria. Le vacche sanno sempre cosa fare e lo fanno bene, se le persone che le accudiscono sanno cosa fare. All’interno di ogni gruppo, la competizione tra gli allevamenti è forte. Gli incentivi a risultato sono una parte importante.
Un partner di eccellenza
La Cina sta dunque diventando un attore importante anche per quello che riguarda l’allevamento bovino. Circa 6 milioni di bovine da latte (circa la metà delle quali allevate in unità produttive da oltre 1.000 vacche in latte ciascuna) e 19 milioni di bovini da carne. Si tranquillizzino coloro che temono questo Paese per le sue politiche di occupazione commerciale: per quello che riguarda la produzione di latte/carne, la Cina non è una minaccia. Può invece essere un ottimo partner, un Paese con il quale poter sviluppare delle relazioni tecnico-scientifiche, base indispensabile per poter sviluppare delle relazioni commerciali più intense. Nel settore della produzione del latte e della carne, l’Europa e la Cina potrebbero trarre reciproco giovamento. In particolare oggi, che la distanza tra il Paese della Grande Muraglia e gli Usa è aumentata e sta aumentando, bisognerebbe avere l’intelligenza e la scaltrezza per approfittarne: l’Europa del latte e della carne bovina potrebbe essere una alternativa credibile per la Cina e la Cina potrebbe essere un partner interessante per l’Europa.
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