di Serena Soffiantini
Ecco una sintesi degli interventi di Stuart Carter, Georgios Oikonomou, Amy Gillespie, Doerte Doepfer e Gianluca Scacco alla 4° conferenza internazionale sulle patologie podali.
Impossibile parlare di zoppie nei ruminanti senza parlare di dermatite digitale (DD). Essa rappresenta una delle principali sfide sanitarie nell’allevamento bovino, soprattutto nei sistemi intensivi. A distanza di cinquant’anni dalla sua prima descrizione in Italia (Cheli e Mortellaro), questa patologia infettiva oggi è considerata endemica nella maggior parte dei Paesi con un settore lattiero-caseario ben sviluppato. L’interesse della comunità scientifica si è progressivamente intensificato, tanto che molte domande hanno ricevuto risposta, ma altre rimangono tuttora aperte. Nel corso del tempo, anche lo sviluppo di una classificazione clinica e visiva delle lesioni (M-Stage Scoring System, messo a punto da Dopfer nel 1997) ha contribuito ai progressi nella lotta contro la DD: ha permesso un approccio più sistematico alla diagnosi e al monitoraggio, favorendo l’adozione di strategie gestionali mirate.
Eziologia complessa
La DD è associata soprattutto a batteri del genere Treponema, tuttavia la malattia ha un’eziologia complessa, almeno in parte associata all’alterazione della barriera cutanea e polimicrobica. Indagini recenti suggeriscono infatti che anche altri batteri – come Porphyromonas, Mycoplasma, Dichelobacter e Fusobacterium – possano agire in sinergia. La ricerca attuale si concentra quindi sullo studio del microbioma cutaneo e delle sue variazioni nel tempo, utilizzando tecnologie di metagenomica e sequenziamento. Ad oggi è emerso che la perdita di biodiversità microbica nella cute del piede sembra favorire l’insorgenza clinica della DD, suggerendo quindi un ruolo protettivo del microbioma sano e diversificato. In questo ambito, ci sono anche interessanti evidenze che collegano la predisposizione genetica della vacca ad una certa composizione del microbioma cutaneo e, quindi, alla resistenza o al rischio di sviluppare DD. Questo apre la strada a selezioni genetiche mirate, così come a strategie probiotiche per modulare il microbioma a fini preventivi. In tema di prevenzione la ricerca sta lavorando anche nello sviluppo vaccinale. Purtroppo le infezioni naturali non inducono un’immunità protettiva, per cui i ricercatori stanno impiegando tecniche di vaccinologia rovesciata e strumenti di intelligenza artificiale per identificare antigeni specifici di Treponema capaci di stimolare una risposta immunitaria efficace. I primi risultati sono incoraggianti ma c’è ancora tanta strada da fare.
Attenti al biofilm
L’approccio terapeutico attuale della DD si basa sull’uso di antibiotici sistemici, trattamenti topici individuali e bagni podali collettivi (per il controllo della diffusione), ma una linea di ricerca particolarmente promettente riguarda il comportamento sinergico dei batteri incriminati e la loro capacità di formare biofilm: i Treponema da soli non sembrano in grado di farlo, mentre lo diventano se co-presenti con Porphyromonas levii, suggerendo una cooperazione microbica. Questa scoperta è cruciale poiché il biofilm, in particolare la sua matrice extracellulare, conferisce ai batteri maggiore resistenza agli antibiotici e ai disinfettanti, ponendo nuove sfide terapeutiche e suggerendo l’uso di agenti anti-biofilm, come le proteasi, che potrebbero portare a dover rivedere la sensibilità dei batteri coinvolti ad una serie di composti antimicrobici oggi considerati inefficaci. Allo stesso tempo diventa interessante valutare la possibilità di utilizzare probiotici specifici per mantenere il microbioma sano.
Diagnosi precoce
Altra sfida riguarda la diagnosi precoce. Essa è un valido alleato in tema di DD, poiché porta ad una prognosi maggiormente favorevole. In quest’ambito, l’uso della tecnologia e dell’intelligenza artificiale applicate al video-monitoraggio (vedi box a fine articolo) rappresentano un’altra promettente frontiera, con sistemi di rilevamento automatico delle alterazioni comportamentali e delle lesioni, basati su telecamere e algoritmi di machine learning. Tuttavia, questi sistemi devono superare diverse criticità, come la variabilità delle condizioni ambientali, la gestione dei dati, l’affidabilità dei dispositivi e l’integrazione con i sistemi gestionali aziendali.
In conclusione, la DD richiede un approccio multifattoriale e multidisciplinare: biologia molecolare, immunologia, microbiologia, genetica, tecnologia digitale e scienze ambientali devono dialogare per proporre soluzioni efficaci. Non si tratta solo di controllare una malattia, ma di ripensare l’equilibrio tra salute animale, sostenibilità produttiva e responsabilità ambientale. Infatti da un punto di vista sistemico, la DD non è solo una malattia infettiva, ma un indicatore di benessere animale e di sostenibilità aziendale. Infatti, prolungare la vita produttiva delle bovine riducendo le zoppie significa migliorare l’efficienza e ridurre l’impatto ambientale dell’allevamento.
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