di Alessandro Amadei
Grandi stalle, ottima genetica, mandrie produttive e ben gestite, collaudato spirito di cooperazione tra gli allevatori. Purtroppo restano i problemi di sempre, come la difficoltà a trovare sul territorio collaboratori competenti.
L’impressione che la luminosa parabola di Renato Aceto non fosse un caso isolato ci balenò anni fà, quando ci recammo in Calabria per un reportage sul batch milking. La conferma poche settimane fa, quando siamo ritornati nel Cosentino per far visita ad altri allevatori della zona. È il caso ad esempio della Fattoria Garrafa di Montalto Uffugo (Cs), storica azienda fondata negli anni ’80 da Eugenio e Angelo Garrafa, e oggi portata avanti con grinta e tenacia dai figli di Eugenio, Michele e Ghita. La loro, in realtà, è una storia di rinascita dopo che nel marzo del 2019 i veterinari della locale Asp riscontrarono alcune positività a Brucella abortus.

Shock inatteso
“Restammo letteralmente esterrefatti – ricorda Michele Garrafa – per noi fu un fulmine a cielo sereno: la mandria era cresciuta negli anni con la sola rimonta interna, non avevamo altre aziende vicine e in 40 anni di sorveglianza epidemiologica non avevamo avuto il minimo intoppo. Purtroppo ci abbatterono 140 animali, in maggioranza manze gravide di altre femmine, visto che le avevamo coperte con seme sessato. Gli indennizzi? Solo per i danni diretti e parametrati al prezzo del chilo di carne”. Una botta terribile che pose Michele e Ghita davanti al dilemma se chiudere o proseguire l’attività avviata tra mille fatiche e sacrifici dal padre e dallo zio. “Dalla caduta ci siamo rialzati – sottolinea Michele – grazie all’immediato ritorno all’impiego del seme sessato sulle primipare, che in un paio di stagioni ci ha consentito di tornare alle 400 vacche in mungitura, e soprattutto grazie a una serie di investimenti in strutture e management, in virtù dei quali la produttività della mandria è migliorata fino ai livelli attuali”. Tra gli investimenti strutturali, Michele evidenzia in primis l’impianto di raffrescamento, “a cui dobbiamo la continuità durante i 12 mesi dell’anno delle performance riproduttive e produttive, e quindi anche la necessaria costanza del flusso di cassa”. Ventilatori e doccette non rimangono però casi isolati: dal 2020 Michele fa infatti costruire una nuova stalla per le manze, mette a disposizione delle vitelle in svezzamento ampi box collettivi muniti di allattatrici, fino al recente acquisto di un nuovo e più moderno carro unifeed.

Sul fronte manageriale, intanto, ha un forte impatto il software Dairy Comp e i sensori a collare per il monitoraggio dell’attività motoria, della ruminazione e dell’ingestione, acquistati per mezzo della cooperativa Assolac (vedi box a fine articolo), di cui Michele è consigliere. “Ma è stato fondamentale – sottolinea il nostro interlocutore – anche il contributo del nostro veterinario aziendale, il dottor Santo Sola, che ci segue dal punto di vista riproduttivo e della formazione del personale. Un insostituibile braccio destro, come del resto anche il nostro capostalla, Giuseppe Pesiri, la memoria storica dell’azienda”.

Salvati dal pastazzo
Non dimentichiamo però che dopo l’incidente della brucellosi sono venuti gli anni del Covid e della guerra in Ucraina, con i relativi scossoni dei prezzi delle materie prime “da cui siamo in buona parte dipendenti – osserva Michele –. Se abbiamo retto sul fronte dei costi, è perché da allora utilizziamo il pastazzo di agrumi locale, usato tal quale in ragione di 18-20 kg al capo. In questo modo il nostro costo razione si ferma a 31-32 centesimi per chilo di sostanza secca e attualmente, con i nostri 39 chili di latte per vacca di produzione media giornaliera, al prezzo attualmente corrisposto dalla cooperativa, riusciamo a tirare avanti”.

Gli obiettivi futuri? “Crescere l’effettivo fino alle 500 vacche in mungitura, mantenendo questo numero costante nel corso dell’anno. Ma per arrivarci dovremo prima metter in mano alla vitellaia, in modo tale da migliorare la salute dei neonati, attraverso l’acquisto di un calf rail e dei dispositivi di controllo dello stress termico. E poi vorremmo aumentare l’estensione della superficie coltivata, per diminuire la dipendenza dai mercati. Ma vista l’esperienza positiva del pastazzo, vogliamo insistere con i sottoprodotti dell’industria alimentare. Magari individuando nuove fonti adatte per il bestiame e disponibili in loco, in modo tale da minimizzare il costo di trasporto”.


Abituati a soffrire
Spostandoci di qualche chilometro, raggiungiamo nel suo accogliente ufficio aziendale con vista (e telecamere) sulla mandria, Massimo Mazza della Società agricola Mazza, un’altra associata di Assolac. I numeri sono simili a quelli visti in precedenza, così come il livello genetico e la gestione aziendale, in perfetto stile padano. Non manca ad esempio l’impiego del software gestionale Dairy Comp e dei sensori a collare per il miglioramento del benessere e della fertilità. Grazie all’impianto di raffrescamento le produzioni estive sono allineate a quelle invernali, ma tra i recenti investimenti “di successo” citeremo anche la sostituzione, sul fondo delle cuccette, dei materassini con il separato secco, e della paglia in lettiera con un compost barn ben gestito. Di recente restyling anche il locale-vitellaia, dove spicca l’intelligente riciclaggio delle campane per la raccolta del vetro, utilizzate per la stabulazione individuale delle neonate, in alternativa alle classiche gabbiette individuali.


“Purtroppo – dice Massimo – le difficoltà quotidiane non mancano. Siamo partiti da zero una ventina di anni fa, per cui a differenza di altre realtà zootecniche della zona non abbiamo dipendenti storici legati alla proprietà. Con l’unica eccezione di Andrea Cairo, socio dell’azienda, che grazie alla sua esperienza pluriennale nel settore mette in campo tutto il suo know-how per il raggiungimento degli obiettivi che ci poniamo giorno dopo giorno in termini di benessere animale e di massimizzazione delle produzioni agricole. Non ultimo, e non meno importante, Andrea ci aiuta a supportare e a indirizzare i giovani professionisti impegnati in azienda: il dottor Marco Lanzino, il dottor Francesco Gigliotti e la dottoressa Ilaria Pastura. C’è poi il tema del prezzo del latte, che è purtroppo uniformato a quello riconosciuto al nord Italia agli altri conferenti in Granarolo, sebbene i nostri costi di produzione siano di gran lunga superiori. Se ci stiamo dentro è perché siamo abituati a soffrire”. Soffocanti, poi, i controlli sullo stoccaggio e sull’impiego delle deiezioni, ma il vero cruccio di Massimo è la difficoltà a reperire in loco personale in gamba, “che ci metta testa e cuore e con la volontà di crescere professionalmente”. Ma qui il discorso si fa ampio, e si ricollega all’eterno problema dei giovani calabresi che, una volta “emigrati” fuori regione per motivi di studio o di lavoro, non fanno ritorno a casa.

“Il salto di qualità che abbiamo fatto negli ultimi anni – evidenzia Massimo – lo dobbiamo anche al nostro veterinario, Santo Sola. Un professionista competente, il cui unico obiettivo sono i risultati, far crescere l’azienda. E che oltre a seguire la fertilità, la salute e la produzione della mandria, è per noi un vero e proprio manager a 360 gradi, che sovraintende anche alla formazione e alla supervisione dell’attività del nostro personale”. “Cerco solo – si schermisce il diretto interessato – di motivare e trasferire un po’ di entusiasmo ai giovani dipendenti di Massimo. Ma è lui che sa come si guida un’azienda e quali sono gli indicatori economici da monitorare, o gli investimenti che danno un ritorno”. È il caso dei silobag, recentemente acquistati in vista della buona annata foraggera e della necessità di conservare intatta la qualità dei cereali autunno-vernini, della medica e degli altri prodotti alimentari utilizzati in razione. “Il merito di Massimo – chiosa Santo – è aver saputo applicare le modalità gestionali viste al nord Italia”. “Ma qui al sud – ribatte Massimo – saremo sempre penalizzati sulla parte agronomica. Non esiste contoterzismo, e questo ci costringe a un’attenzione spasmodica sulla manutenzione dei mezzi agricoli, e mancano validi consulenti agronomici, indipendenti o inviati a nostro supporto dalle aziende sementiere”.

Sostenibilità economica
Quanto al futuro, il nostro interlocutore ha in mente un unico obiettivo: “puntiamo a una migliore remuneratività, a mettere finalmente a frutto gli investimenti realizzati. Se penso a nuovi investimenti? Certo, mi riferisco ad esempio a una nuova sala a giostra parzialmente robotizzata. Ma sarà difficile, per lo meno fino a quando la Regione non pubblicherà nuovi bandi di sostegno alla zootecnia. Perché benessere animale a parte, qui è tutto fermo. E non possiamo sempre fare tutto con le nostre forze, come è stato per l’impianto di biogas e per i pannelli fotovoltaici. Ma in quel caso c’era il conto energia a darci le prospettive che noi imprenditori cerchiamo”. Un principio sacrosanto, che vale a qualsiasi latitudine.


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