Il caldo che verrà

di Roberta Sguerrini

Ci sono previsioni inquietanti per ciò che riguarda le ondate di calore che da qui al 2060 colpiranno gli allevamenti europei. E gli scienziati lanciano un appello ad investire almeno nei sistemi più rudimentali di raffrescamento per garantire alle bovine un minimo di benessere

L’impatto delle future ondate di calore sugli allevamenti bovini europei è stato recentemente oggetto di uno studio da parte di Malek e See, due ricercatori affiliati rispettivamente all’Università di Lubiana (Slovenia) e all’International Institute for Applied Systems Analysis di Laxenburg (Austria).
L’Unione europea ha come noto programmato una serie di azioni per mitigare il cambiamento climatico e per ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 55% entro il 2030, ma sono obiettivi difficili da raggiungere, soprattutto a breve termine. Il settore bovino sta già affrontando un’emergenza, come dimostrato dall’incremento del tasso di mortalità legato al caldo negli ultimi anni.

Caldo? Dipende…

Le ondate di calore hanno un impatto diretto sulla salute e sul benessere degli animali, riducono la performance produttiva e riproduttiva, ostacolano il consumo volontario di alimento con una serie di conseguenze negative sul bilancio energetico e sulla produzione lattea. In modo indiretto le ondate possono inoltre ridurre la resa dei raccolti e dei pascoli, con diminuzione della disponibilità di foraggio e un aumento dei costi di produzione per gli allevatori. I due ricercatori hanno elaborato un doppio scenario proiettato nel futuro (dal 2041 al 2060) prendendo in considerazione alcune variabili, come il trend attuale delle ondate di calore, le tipologie di allevamento e le caratteristiche geografiche e climatiche di diversi Paesi europei, allo scopo di tracciare una mappa del rischio per i bovini, sia da latte che da carne.

Figura 1 - Mappa dell’Europa con le aree a rischio delle maggiori ondate di calore, sulla base dello scenario RCP4.5 (a sinistra) o RCP8.5 (a destra), con previsione del numero di giorni aggiuntivi annuali di stress da caldo legati alla densità dei capi (LSU o UBA) in stalla (da Malek e See 2026, modificato)

Aree a rischio

I risultati dell’analisi mostrano che tra i 6,2 e i 13,7 milioni di bovini europei (dall’11 al 21,6% dei capi mondiali) potrebbero essere esposti, ogni anno, a 15 o più giorni aggiuntivi di ondate di calore nel prossimo futuro. Si definiscono “ondate di calore” i giorni in cui la temperatura apparente massima (Tappmax) supera il 90° percentile del rispettivo mese e la temperatura minima (Tmin) è superiore al 90° percentile di Tmin del rispettivo mese, per almeno 2 giorni nel periodo tra giugno e agosto. I ricercatori hanno ipotizzato due scenari, identificati come RCP (Representative Concentration Pathways).
  • Lo scenario 1 (RCP4.5) ipotizza che le emissioni di gas serra e il forzante radiativo si stabilizzeranno entro il 2100, presentando così uno scenario con mitigazione dei cambiamenti climatici.
  • Lo scenario 2 (RCP8.5) è invece caratterizzato da elevate emissioni di gas serra dovute alla mancanza di politiche di mitigazione dei cambiamenti climatici.
Nello scenario 1, che prevede un incremento di 5 giorni/ anno di ondate di calore, la percentuale di bovini europei coinvolti va dal 70 al 92%.
La gravità e la probabilità di esposizione varia molto tra i diversi Paesi europei. I Paesi dell’area Mediterranea, come Italia, Grecia, Slovenia, Croazia e Spagna, in cui gli allevamenti all’aperto o al pascolo sono quasi inesistenti, subirebbero un impatto profondo, che coinvolge dal 27,2 al 46,4% dei bovini allevati in tali aree.
Alcune aree ad alto rischio, come la nostra pianura padana e la Catalogna spagnola, ospitano numerose “megastalle”, con oltre 500 UBA, che potrebbero affrontare un incremento di oltre 15 giorni/anno di ondate di calore, rispetto alla media attuale (figura 1).
Un simile rischio si prevede anche per gli allevamenti del Massiccio Centrale francese (da 1 a 2 UBA/ettaro) e sui versanti alpini di Austria e Slovenia. In ogni caso, almeno il 18,2% di tutti i bovini europei allevati al coperto in modo permanente sarà esposto ad un aumento di oltre 15 giorni di ondate di calore. La percentuale sale al 35% nello scenario 2, che è più drastico.
Le aree del Centro e Nord Europa (regioni atlantiche, boreali, nemorali e Alpi europee settentrionali) affronteranno un impatto meno devastante,
con un incremento di meno di 5 giorni/anno di ondate di calore (fino al 37% dei capi bovini, nello scenario 2). La zona continentale e lusitana (Portogallo) avrà un’esposizione compresa tra i 5 e i 15 giorni in più.
In sintesi: le aree più colpite saranno le Alpi del Sud, la pianura pannonica (bacino carpatico) e tutte le regioni mediterranee (figura 2), dove oltre il 75% dei capi bovini (scenario 1) o praticamente tutti i capi (scenario 2) saranno esposti ad oltre 15 giorni in più di ondate di calore.
Figura 2 - Suddivisione dell’Europa in Regioni, in base a comuni caratteristiche geografiche e climatiche (da Malek e See 2026, modificato)

Accettare i cambiamenti

Le proiezioni dello studio indicano che gli allevamenti senza alcun accesso al pascolo o ad aree esterne, situati nel sud Europa e nelle aree mediterranee, saranno i più vulnerabili (figura 3). È possibile che la riduzione della disponibilità di foraggio, l’aumento della mortalità e il calo della produttività possano costringere gli allevatori a ridurre la densità dei capi. I sistemi attuali dovranno quindi affrontare un cambiamento che li renda adattabili allo scenario futuro, dando priorità al management dell’acqua, delle temperature in stalla e della densità dei capi.
Tali cambiamenti saranno difficili da effettuare, soprattutto perché richiedono onerosi investimenti strutturali. I ricercatori suggeriscono anche che l’età media di molti allevatori delle regioni più a rischio è avanzata, fattore che potrebbe renderli meno disposti ad attuare cambiamenti drastici nel management.

Figura 3 - Percentuale di capi bovini (LSU o UBA) di vari Paesi europei potenzialmente esposti ad incremento di ondate di calore (giorni supplementari/anno), secondo gli scenari RCP4.5 (a sinistra) o RCP8.5 (a destra) e suddivisi per modalità di allevamento (accesso al pascolo oppure indoor, in stalla senza accesso a spazi esterni) (da Malek e See 2026, modificato)

Partiamo dalla ventilazione

Per il momento la lotta al caldo all’interno della stalla rimane affidata alle strategie tradizionali: alimentazione, doccette, ventilatori e un po’ di selezione genetica. Un team di ricercatori di Turchia e Italia ha pubblicato i risultati di uno studio su campo per valutare l’impatto economico e produttivo sulle bovine stressate dal caldo impiegando i ventilatori.
Si tratta di uno studio condotto in 4 stalle delle province di Vicenza e Treviso e quindi adattato alle condizioni climatiche dei nostri allevamenti da latte (Peker e coll., 2025). Lo studio fa parte del progetto “Stalla 4.0” finanziato dalla Regione Veneto e condotto dall’Università degli Studi di Padova, in collaborazione con numerosi partner (www.stalla4punto0.it).
Le bovine sono state monitorate in tempi diversi e per due anni in quattro stalle prive di impianti di ventilazione e per un anno (2017/2018) dopo l’installazione di ventilatori a soffitto (fra i 3 e i 5 metri di diametro), monitorando la produzione lattea, la qualità del latte e le performance riproduttive.
L’indice di Temperatura-Umidità (THI) è stato utilizzato per classificare le condizioni ambientali di stress. Un valore di THI inferiore a 72 indica una zona di comfort termico, valori compresi tra 72 e 79 (THI-1) provocano un disagio di grado medio, valori tra 80 e 84 (THI-2) causano disagio e con valori superiori a 84 (THI-3) scatta l’allerta.
La sostenibilità economica dell’investimento in impianti di ventilazione è stata analizzata considerando le voci che impattano sul budget aziendale, come un incremento dell’alimento per le bovine, il carico di lavoro supplementare e la spesa per l’elettricità.

Effetto sulla produzione

Come prevedibile, la presenza dei ventilatori è correlata ad un incremento significativo della produzione lattea (tabella 1) in tutte le condizioni di THI (+ 0,95 kg/giorno/capo con THI-1, + 0,91 con THI-2, + 0,77 con THI-3), pari a un incremento totale annuale di kg di latte, per ciascun ventilatore installato, rispettivamente di 637,26 kg, di 553,64 kg e di 288,29 kg. Il contenuto di grasso e proteine nel latte è invece diminuito, a fronte dell’aumento produttivo generale.
La conta di cellule somatiche nel latte è stata molto elevata con THI superiore a 80 e in assenza di ventilatori, mentre è diminuita con l’introduzione della ventilazione in stalla, mantenendosi su valori bassi in modo uniforme in tutte le fasce di THI.
La durata della lattazione, il numero di giorni “vuoti” e il numero di inseminazioni per gravidanza sono diminuiti
notevolmente con l’impiego dei ventilatori, soprattutto con THI a livello di allerta. L’incremento di reddito da latte, dopo l’installazione dei ventilatori, è stato di € 12,39/giorno/capo in condizioni di disagio moderato (THI-1), di € 12,23 in condizioni di disagio (THI-2) e di € 12,08 in condizioni climatiche di allerta (THI-3).
Il benefit annuale dall’aumento produttivo di latte è stato rispettivamente di € 255,54, di € 220,01 e di € 115,60 per ventilatore, pari a € 16,38, € 14,23 e € 7,41 per capo, in base alle tre fasce di THI. D’altra parte le bovine, meno stressate dal caldo, hanno consumato più alimento (+ 0,46 kg/giorno/capo, + 0,24 kg e + 0,30 kg, in base alle fasce di THI), cosa che si è tradotta in un incremento dei costi di produzione.
Calcolando anche l’energia elettrica, l’impiego dei ventilatori ha determinato un aumento dei costi di € 190,57/ventilatore (THI-1), € 145,98 (THI-2) ed € 93,57 (THI-3), pari rispettivamente a € 12,22/capo/anno, € 9,36/capo/anno ed € 5,60/capo/anno.

L’investimento si ripaga

La redditività dell’introduzione del sistema di ventilazione (rapporto costi/benefici) è stata pari a € 64,97/ventilatore (€ 4,16/capo) con THI-1, € 74,03/ventilatore (€ 4,87/capo) con THI-2 e € 22,03/ventilatore (€1,81/capo) con THI-3.Nell’analisi occorre tuttavia tenere conto di alcune variabili, come il prezzo del latte e il costo dell’energia elettrica, che possono subire modifiche stagionali. I ricercatori riferiscono che sono stati osservati effetti positivi sulla produzione lattea (incremento medio stimato di 2,9 kg/giorno) e sulla redditività dell’azienda, tuttavia non è stato possibile stabilire un ritorno sull’investimento (ROI) definitivo, a causa dell’eterogeneità dei sistemi di ventilazione (dimensioni, spaziatura), della copertura di capi/ventilatore e della durata dei dispositivi dichiarata dalle aziende produttrici.
Le stalle in cui è stata condotta la ricerca non erano dotate di alcun sistema di raffrescamento e le bovine hanno beneficiato dell’introduzione dei ventilatori, sebbene i ricercatori suggeriscano che in condizioni di caldo estremo siano necessarie ulteriori misure per favorire l’evaporazione (come le doccette). L’ammortamento dei costi iniziali per il miglioramento del comfort termico potrà essere raggiunto solo a lungo termine, dopo un congruo numero di anni di utilizzo dei sistemi di raffrescamento.
In previsione del caldo futuro che attende le nostre bovine è ora di iniziare ad investire almeno nei sistemi più semplici.

Figura 4 - Livello di produzione lattea (kg/ giorno) in bovine ospitate in stalle non dotate di sistemi di raffrescamento (a sinistra, colonne in nero) e in stalle dotate di ventilatori a soffitto (a destra, colonne in grigio) ed esposte a diferrenti indici THI che inducono vari gradi di stress da caldo (da Peker e coll., 2025, modificato)

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