Erba medica: la coltura “rigenerativa” per eccellenza

Un sistema foraggero che introduca l’erba medica in una porzione importante della superficie aziendale (20-35%) risulta vincente non solo per i numerosi benefici agronomici apportati dalla coltura ma anche per la possibilità di incrementare l’autosufficienza aziendale in termini di proteina. Ce lo ricorda Roberto Bartolini sul portale di informazione www.agricoltoritop.it.
L’autosufficienza proteica è un punto chiave per ridurre i costi della razione ed aumentare l’indipendenza dell’azienda zootecnica dagli acquisti sul mercato di mangimi complementari o materie prime proteiche.

Elevate produzioni e poca chimica

L’erba medica, leguminosa poliennale, ha potenzialità produttive straordinarie, sia su terreni irrigui e fertili sia su terreni asciutti e tenaci, è un’ottima azotofissatrice ed utilizza al meglio anche abbondanti reflui zootecnici.
Generalmente non richiede interventi di diserbo ed è perfettamente complementare con la doppia coltura loietto-mais.
Già al terzo anno di età i residui e le radici del medicaio possono fornire alle colture che seguono oltre 300 kg/ha di azoto, resi gradualmente disponibili nell’arco di 2-3 anni.

Il mais dopo medica produce di più

A beneficiare della fertilità residua del medicaio e dei vantaggi agronomici dell’avvicendamento è soprattutto il mais.
Infatti, a parità di input impiegati, il mais coltivato in successione all’erba medica produce di più di un mais che succede a sé stesso per 3 anni.
Grazie alla fertilità residua ed alla riduzione della pressione dei fitofagi e delle infestanti, è possibile ottenere da un mais in successione al medicaio rese elevate, impiegando anche meno input, come lavorazioni meccaniche (si può evitare l’aratura per optare per la minima lavorazione) fertilizzanti ed agrofarmaci.

Apparato radicale molto esteso

Altra caratteristica dell’erba medica è l’estensione del suo apparato radicale, costituito da un fittone e da un complesso sistema di radici molto fini che si sviluppa sino ad oltre 1,5 metri di profondità (già al secondo anno) ma può arrivare anche ai 3 metri, in terreni sciolti e nel giro di 3-4 anni.
L’esplorazione profonda dell’apparato radicale è la ragione per cui la medica riesce a resistere in un buon stato vegetativo anche durante periodi di siccità, potendo utilizzare l’acqua presente in profondità che altrimenti drenerebbe in falda.

Si riduce l’impronta carbonica

Per quanto riguarda gli aspetti ambientali, uno studio pubblicato sull’European Journal of Agronomy ha evidenziato come la presenza di erba medica contribuisca in maniera significativa a ridurre l’impronta del carbonio.
L’erba medica riduce i surplus di azoto del sistema foraggero, mantenendo inalterato il potenziale produttivo ed incrementando il livello di biodiversità .
Grazie alla durata pluriennale del ciclo colturale dell’erba medica, gli appezzamenti possono rappresentare una zona relativamente indisturbata e quindi un ottimo habitat per un numero molto elevato di specie animali e vegetali.

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